Volpiano: Comital-Lamalù: i cinesi assumono metà dei dipendenti e negano la cassa integrazione

10/12/2019

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Rovente assemblea nello stabilimento. L'assessora regionale al Lavoro Elena Chiorino: "Non possiamo accettare ricatti". Il sindaco Emanuele De Zuanne: "E' un vicolo cieco. C'è il pericolo del ritiro dell'offerta"

Doccia fredda per i lavoratori Comital-Lamalù: i cinesi assumono metà dei dipendenti e niente cassa integrazione.

Questa mattina, martedì 10 dicembre, negli uffici della Regione Piemonte di via Magenta a Torino, si è svolto l’incontro sulla situazione delle aziende Comital e Lamalu tra organizzazioni sindacali, curatori fallimentari e i rappresentanti del gruppo cinese Dingsheng interessato all’acquisto degli stabilimenti di Volpiano, alla presenza dell’assessora al Lavoro della Regione Piemonte Elena Chiorino e del sindaco di Volpiano Emanuele De Zuanne.

Dingsheng ha ribadito, come condizione per concludere l’acquisto, la volontà di riassumere, in più fasi, al massimo la metà dei 116 dipendenti attualmente in carico a Comital e Lamalu; la proposta è stata respinta dai rappresentanti sindacali e dichiarata “inaccettabile” dall’assessora Chiorino, e la riunione si è così conclusa senza alcun accordo. Nel pomeriggio di oggi si è svolta è un’assemblea dei lavoratori a Volpiano.

Commenta il sindaco di Volpiano Emanuele De Zuanne: “Abbiamo messo a disposizione una sala del Comune per la riunione dei lavoratori. Ora la situazione è complicata, perché da una parte vi è una proposta che oggettivamente è difficile da accettare ma che vede la possibilità per il 50 per cento dei dipendenti di avere un contratto di lavoro, in varie fasi, ed eventualmente anche per gli altri nel percorso successivo, e la Naspi per chi non verrà assunto; l’alternativa è nessuna soluzione, perché si prevede il ritiro dell’offerta e la chiusura di tutto”.

Duro il commento dell’assessora Elena Chiorino: “C’è un limite a tutto – attacca Chiorino – l’Italia e il Piemonte non possono accettare ricatti. Non comprendiamo né la ragione ‘culturale’ che impedisce agli investitori cinesi di accettare di chiedere gli ammortizzatori sociali e nemmeno il rifiuto dei curatori di una proroga”.

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