
Chivasso, è ancora polemica sulla bandiera palestinese. Clara Marta attacca Castello: «Le norme richiedono un atto formale che non esiste»
Lo scontro politico sulla bandiera palestinese esposta a Palazzo Santa Chiara si riaccende virulento. Dopo la decisione del sindaco Claudio Castello di confermare la permanenza del vessillo, arriva la replica della capogruppo di Forza Italia Clara Marta, che contesta punto per punto le motivazioni giuridiche e politiche fornite dal primo cittadino e torna a chiedere un documento formale che autorizzi l’esposizione.
«Prendo atto che il sindaco è passato dall’appello ai sentimenti alla costruzione giuridica – afferma Marta –. È un progresso, se non fosse che la sua stessa impostazione si ritorce contro ogni passaggio dell’Amministrazione».
Il primo nodo riguarda l’articolo 12 del Dpr 121/2000, richiamato dal sindaco per sostenere l’autonomia degli enti locali nell’esposizione di altre insegne. Secondo Marta, proprio quel riferimento imporrebbe invece l’esistenza di atti amministrativi precisi. «Autonomia normativa e regolamentare significa decidere attraverso atti formali e regolamenti approvati, non trasformare il balcone del Comune in uno spazio a discrezione personale».
La capogruppo di Forza Italia insiste soprattutto sulla presunta assenza di un’autorizzazione scritta. Il Cerimoniale della Città di Chivasso, ricorda, attribuisce al sindaco la possibilità di autorizzare determinate esposizioni, ma per Marta questa autorizzazione dovrebbe essere formalizzata e documentabile.
«Se la norma richiede un’autorizzazione, questo atto deve esistere, con un numero di protocollo e una data certi. Dalla nostra interrogazione è emerso che non esiste alcun atto formale. Delle due l’una: o l’atto esiste e il sindaco può esibirlo, oppure per quattordici mesi un vessillo è rimasto esposto su un edificio pubblico senza alcuna autorizzazione valida».
Marta contesta anche il richiamo del sindaco alla neutralità dell’istituzione. A suo giudizio, definire la bandiera un segnale di vicinanza alla popolazione palestinese sarebbe difficilmente conciliabile con il principio di neutralità della sede comunale.
Altro punto di scontro è il mancato riconoscimento della Palestina come Stato da parte dell’Italia, argomento utilizzato dall’Amministrazione per escludere l’applicazione dell’articolo 8 del Dpr. Per Marta, invece, proprio questa circostanza renderebbe la questione ancora più delicata: «La politica estera e il riconoscimento internazionale sono materia di competenza dello Stato centrale. Un Comune non può surrogare con un drappo ciò che Parlamento e Governo non hanno deliberato».
Ma la parte politicamente più dura della replica riguarda quanto sarebbe avvenuto il 18 agosto. Marta sostiene che Castello le avrebbe assicurato personalmente che la bandiera sarebbe stata rimossa il giorno successivo. Una decisione poi modificata.
«In quarantotto ore non è mutato il quadro geopolitico, ma la tenuta politica della maggioranza – afferma –. Ha cambiato idea da solo, o gliel’hanno fatta cambiare?».
La consigliera usa quindi una metafora particolarmente tagliente: «Questa maggioranza sventola esattamente come la bandiera che ha appeso: si muove, ma non decide. E una bandiera non si muove mai da sola, serve sempre qualcuno che soffi».
Secondo Marta, una motivazione giuridica formulata soltanto dopo il cambio di posizione rischierebbe di apparire come una giustificazione costruita a posteriori. «Un sindaco che ritira la parola data ha due sole strade: dire che ci ha ripensato oppure dire chi glielo ha fatto ripensare».
La capogruppo di Forza Italia allarga poi il ragionamento alle altre crisi internazionali, citando Sudan, Ucraina, Myanmar, Congo, Yemen e Sahel. Se il criterio fosse quello di esporre una bandiera per ogni popolazione colpita da una guerra o da un’emergenza umanitaria, sostiene, il Municipio dovrebbe ospitarne molte altre.
«Sceglierne una soltanto non è difesa universale dell’umanità – afferma Marta –, è una precisa scelta politica, che non compete alla facciata neutrale della casa comunale».
Nessuna contestazione, invece, sui rapporti di solidarietà costruiti negli anni con Betlemme. Marta riconosce il valore del gemellaggio, del sostegno alla municipalità palestinese e dei progetti sviluppati sul territorio, ma distingue queste iniziative dall’utilizzo simbolico degli edifici istituzionali.
«I palazzi delle istituzioni non appartengono a una maggioranza politica: sono la casa di tutti i cittadini chivassesi, anche di quelli che la pensano diversamente dal sindaco».
La richiesta finale rivolta a Castello è una sola: chiarezza. «Il 18 agosto mi ha guardata negli occhi e mi ha dato la sua parola. Poi qualcosa è cambiato, e non è cambiato in Medio Oriente: è cambiato dentro il Comune di Chivasso».
E la conclusione diventa l’affondo politico più netto dell’intervento: «Una bandiera si può riappendere. Una parola data, no».