
Economia, artigianato in calo, Torino perde 54 imprese in tre mesi: pesa il rincaro dei costi
Il tessuto artigiano torinese si restringe: tra luglio e settembre 2026, nella città metropolitana si sono registrate 792 nuove iscrizioni e 846 cessazioni, con una perdita netta di 54 imprese. È il saldo peggiore del Piemonte e contribuisce al risultato negativo regionale, mentre il numero complessivo delle imprese, considerando tutti i settori, continua a crescere.
Il quadro emerge dall’elaborazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Piemonte su dati Movimprese e Infocamere-Unioncamere. Nel terzo trimestre il totale delle imprese piemontesi registra un saldo positivo di 694 unità; l’artigianato, invece, perde 45 attività, con una flessione dello 0,04% e una consistenza di 112.858 realtà.
Il risultato torinese riguarda un territorio che comprende anche il Canavese, per il quale i dati forniti non indicano un bilancio distinto. Saldi negativi si registrano anche a Biella, con 12 imprese in meno, Cuneo (-8), Verbano-Cusio-Ossola (-3) e Novara (-2). Positivi i risultati indicati per Asti (+9) e Vercelli (+4).
Il confronto nazionale evidenzia un’ulteriore distanza: mentre in Italia l’artigianato cresce dello 0,11%, il Piemonte si colloca, secondo l’analisi dell’associazione, al terzo posto per tasso di decremento, insieme all’Umbria.
A preoccupare Confartigianato sono soprattutto la riduzione dei margini e l’aumento dei costi operativi, con pressioni particolarmente forti sull’autotrasporto e sulle attività produttive. Il presidente regionale Giorgio Felici richiama un rincaro del diesel del 40% dall’inizio dell’anno e un aumento dei beni energetici del 12% su base annua a maggio 2026. Secondo l’associazione, il divario rispetto ai costi medi europei si traduce in un aggravio di centinaia di milioni di euro per le imprese piemontesi.
La richiesta è di intervenire sulla semplificazione burocratica e di destinare risorse al ricambio generazionale e alla trasmissione delle competenze. L’incertezza, sottolinea l’organizzazione, rende più difficile programmare investimenti e assunzioni.
«Non chiediamo privilegi, ma condizioni eque per fare impresa, investire, assumere giovani e continuare a creare occupazione nei nostri territori», conclude Felici.