Albiano: monsignor Bettazzi scrive al premier Conte: “No alla chiusura dei porti”. Ed è polemica

05/07/2018

Non è la prima volta che ciò che dice o scrive monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, solleva discussioni e polemiche. L’ultima in ordine di tempo riguarda una lettera aperta indirizzata al primo ministro Giuseppe Conte, pubblicata dal sito del movimento cattolico internazionale per la pace “Paxchristi.it” e dal diversi siti e quotidiani web. Nella missiva (che riportiamo di seguito) il vescovo emerito scrive tra l’altro da una struttura che ospita numerosi migranti: “Siamo tanti a non volerci sentire responsabili di navi bloccate e di porti chiusi, mentre ci sentiamo corresponsabili di Governi che, dopo avere sfruttato quei Paesi e continuando a vendere loro armi, poi reagiscono se si fugge da quelle guerre e da quelle povertà; non vogliamo vedere questo Mediterraneo testimone e tomba di una sorta di genocidio, di cui diventiamo tutti in qualche modo responsabili”.

La pubblicazione della lettera dell’ex “vescovo rosso” com’era stato soprannominato in passato per le sue lotte civili e a favore dei lavoratori, ha suscitato, prevedibilmente un vespaio, anche perché il presule non ha certo usato toni concilianti o diplomatici. La discussione che contrappone coloro che condividono il contenuto della lettera e quelli che la contestano aspramente e con espressioni spesso poco edificanti, ha attirato l’attenzione di tantissimi internauti. La spaccatura che divide la politica nazionale su chi sostiene a spada tratta di bloccare l’immigrazione di massa e chi invece sostiene che l’Italia non può e non deve sottrarsi all’impegno di salvare tante, tantissime vite, si è trasferita sul web.

E se l’intenzione di monsignor Luigi Bettazzi era quello di suscitare, provocatoriamente, l’ennesima discussione di un un tema così delicato e controverso, non c’è dubbio: c’è sicuramente riuscito. Sarebbe adesso interessante sapere cosa risponderà, a questo proposito, il presidente del Consiglio dei Ministri.

“Lettera aperta all’Onorevole Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano

Scrivo questa lettera sul tema scottante degli immigrati (e la scrivo da un edificio diocesano che ne ospita). Lo faccio non come antica autorità religiosa al Presidente di un Governo “laico” (anche se un autorevole membro del Suo Governo ha sbandierato, sia pure in campagna elettorale, simboli apertamente religiosi, anzi cristiani, quindi compromettenti) soprattutto dopo i costanti, appassionati appelli di Papa Francesco e le autorevoli istanze dei responsabili della CEI.

Lo faccio come cittadino dell’Italia che, nella Costituzione, garantisce il diritto d’asilo a quanti, nel loro paese, sono impediti di esercitare le libertà democratiche; lo faccio come cittadino dell’Europa che, nella Carta dei diritti fondamentali, afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”.
Ci siamo resi conto che Lei, al recente vertice Ue, ha fatto sentire fortemente la voce dell’Italia; ma siamo stati delusi dalla sordità della maggioranza dei rappresentanti dell’Europa (me lo lasci notare, anche delle nazioni tradizionalmente più “cristiane”) e dell’incapacità dell’insieme di mantenere le tradizioni “umane” del nostro Continente e dell’ispirazione iniziale della sua unità. Mi lasci dire che siamo – parlo di tanti di cui ho colto il pensiero – altrettanto delusi che, nella difficoltà di ottenere consensi più ampi, l’Italia rimanga su posizioni di chiusura, forse (ma solo “forse” se guardiamo al nostro passato coloniale o ci proiettiamo sul nostro futuro demografico) comprensibili sul piano della contrattazione, non su quello del riferimento a vite umane. Siamo tanti a non volerci sentire responsabili di navi bloccate e di porti chiusi, mentre ci sentiamo corresponsabili di Governi che, dopo avere sfruttato quei Paesi e continuando a vendere loro armi, poi reagiscono se si fugge da quelle guerre e da quelle povertà; non vogliamo vedere questo Mediterraneo testimone e tomba di una sorta di genocidio, di cui diventiamo tutti in qualche modo responsabili.

Non ignoriamo che i problemi sono immensi, dai rapporti con Paesi che noi – Europa tutta – abbiamo contribuito a divenire ciò che essi spesso sono (costruttori di lager e tutori di brigantaggi), a quelli con i Paesi di partenza degli immigrati (con cui già i Governi precedenti avevano progettato iniziative, sempre fermate al livello di progetti).Vorremmo davvero che l’Italia, consapevole della sua tradizione di umanità (prima romana, poi cristiana) non accettasse di divenire corresponsabile di una tragedia, che la storia ha affidato al nostro tempo e da cui non possiamo evadere.
Al di là di un’incomprensibile indifferenza o di un discutibile privilegio ( “prima gli italiani” – quali italiani? – o “prima l’umanità”?!), credo che, nell’interesse della pace, aspirazione di ogni persona e di ogni popolo, l’Italia possa e debba essere – per sé e per tutta l’Europa – pioniera di accoglienza, controllata sì, ma generosa.

Con ogni augurio e molta solidarietà”.

Albiano d’Ivrea, 2 luglio 2018 + Luigi Bettazzi
vescovo emerito di Ivrea

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