
Oglianico: il prete che cancellò una chiesa: il mistero di Sant’Evasio nascosto nel cuore del ricetto
È il 1329. Prete Oberto ha poco più di quarant’anni e davanti agli emissari del vescovo di Ivrea deve dichiarare rendite e benefici della sua parrocchia. Sul registro compare una formula lapidaria: «nihil habet», non possiede nulla, non produce rendite. Quella piccola chiesa, già allora antica, viene descritta come un edificio ormai cadente. Ma dietro quella dichiarazione, secondo le ricostruzioni tramandate, ci sarebbe anche la necessità del sacerdote di mantenere una donna e tre figli che vivevano a Rivarolo Canavese.
Oberto non poteva immaginare che quella semplice annotazione avrebbe accompagnato uno dei destini più singolari della storia di Oglianico. Pochi decenni più tardi, nel pieno delle lotte tra Valperga e San Martino, gli abitanti costruirono un ricetto fortificato di circa 70 metri per lato, formato da 62 cellule e protetto da un fossato.
Il piano interno del ricetto oggi si trova oltre un metro più in alto rispetto al livello antico. È possibile che parte della terra proveniente dallo scavo del fossato sia servita per rialzarlo, anche se non esistono elementi sufficienti per affermarlo con certezza. E la chiesa, datata tra XI e XII secolo, finì progressivamente inglobata nelle nuove costruzioni, trasformandosi di fatto in una delle cellule del complesso.
È l’attuale cella di Sant’Evasio, uno dei luoghi più sorprendenti del ricetto. Nel Quattrocento la Confraternita del Santo Spirito ne decorò l’abside. Secoli più tardi l’edificio perse però la propria funzione religiosa e nel Novecento venne utilizzato prima come macello per i maiali e successivamente come cantina. Le pareti si annerirono, gli ambienti cambiarono completamente destinazione e gli affreschi finirono nascosti sotto gli intonaci.
Fu proprio il deterioramento dei rivestimenti a riportare alla luce un patrimonio rimasto per lungo tempo invisibile: Cristo Pantocratore, i dodici Apostoli e altre decorazioni attribuite a un autore ancora anonimo. A rendere ancora più particolare l’ambiente sono due telamoni grotteschi, figure deformate dallo sforzo di sostenere i capitelli: uno gobbo, l’altro rappresentato con i genitali in evidenza. Immagini inconsuete, quasi provocatorie, sopravvissute per secoli all’interno di quello spazio.
C’è poi un altro elemento che continua ad alimentare interrogativi. L’altare e la scena della Crocifissione risultano visibilmente disassati. Sotto il pavimento passerebbe una vena d’acqua e, secondo alcune interpretazioni, proprio la presenza dell’antica sorgente potrebbe avere influenzato la disposizione dello spazio sacro. È un’ipotesi suggestiva, che resta però tale.
La storia del ricetto di Oglianico procede così per strati. Prima la presenza romana, documentata da reperti e lapidi; poi le ipotesi sull’origine del nome del paese, tra le quali quella che lo collega al fundus di un colono chiamato Ulius; quindi la chiesa romanica, il ricetto medievale e la sua caratteristica torre-porta a gola aperta, modello che secoli dopo avrebbe ispirato Alfredo D’Andrade nella realizzazione del Borgo Medievale di Torino.
Ancora oggi alcuni particolari consentono di leggere fisicamente questa storia. All’esterno del ricetto una sottile fascia di lastricato segue il percorso dell’antico fossato. Entrando nella cella di Sant’Evasio, invece, bisogna scendere di oltre un metro per raggiungere il livello originario del pavimento.
È come attraversare, in pochi passi, quasi mille anni di storia. E Oglianico conserva ancora altri capitoli da raccontare, a cominciare da Villa Fresia. Perché nel Canavese spesso la storia non si mostra immediatamente: rimane sotto un intonaco, dietro una muratura o un metro più in basso rispetto alla strada. Bisogna soltanto sapere dove guardare.