Un decennio può sembrare un tempo lungo, ma per chi lo ha conosciuto e ha condiviso con lui redazioni, taccuini e notti di lavoro, l’assenza di Dario Ruffatto continua a farsi sentire come fosse ieri. Il giornalista si spense nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2016, dopo una lunga malattia. Aveva 72 anni.
Per oltre quarantacinque anni è stato una firma autorevole della Sentinella, raccontando con rigore, eleganza e profonda conoscenza del territorio le vicende del Canavese e in particolare della “sua” Castellamonte. Un cronista capace di coniugare precisione e misura, sempre attento ai fatti, mai sopra le righe.
La sua è stata una carriera vissuta «in punta di penna», come amava dire chi lo conosceva bene: un modo di fare giornalismo che oggi appare quasi d’altri tempi, in un mestiere che negli ultimi anni ha subito trasformazioni rapide e radicali. Ruffatto ha formato generazioni di colleghi, trasmettendo non solo tecniche e competenze, ma soprattutto un’etica professionale fatta di rispetto, verifica delle fonti e senso di responsabilità.
La cronaca nera era uno dei suoi terreni d’elezione. Sul campo si distingueva per equilibrio e lucidità, qualità che emergevano in ogni articolo. Seguirlo durante un servizio significava assistere a una lezione pratica di giornalismo: attenzione ai dettagli, ascolto delle persone, capacità di restituire i fatti con chiarezza e senza sensazionalismi.
A dieci anni dalla sua scomparsa, il ricordo resta vivo tra chi ha avuto la fortuna di lavorare al suo fianco e tra i lettori che per decenni hanno trovato nei suoi articoli un punto di riferimento affidabile. In un panorama mediatico che corre sempre più veloce, la figura di Dario Ruffatto continua a rappresentare un modello di professionalità e dedizione al territorio.
fr.se.
