
CHIVASSO – Fine vita, tra cure e autodeterminazione: il diritto di scegliere divide ancora società e politica
Non soltanto il diritto di scegliere, ma il dovere di curare. Non soltanto l’autodeterminazione della persona, ma la responsabilità della medicina, delle istituzioni e della società davanti alla sofferenza. È lungo questo confine, sottile e difficile da tracciare, che si è sviluppato il confronto sul fine vita ospitato nella serata di venerdì 23 ottobre nella sala consiliare del Comune di Chivasso.
Un tema che inevitabilmente divide, perché costringe a interrogarsi sul significato stesso della vita, della dignità, della libertà individuale e del limite oltre il quale la medicina non può più guarire ma può ancora accompagnare. A promuovere l’incontro sono stati il cittadino attivo Marco Riva Cambrino e le consigliere comunali Clara Marta, capogruppo di Forza Italia, e Claudia Buo, capogruppo della lista civica Liberamente Democratici.
L’iniziativa è arrivata in una fase particolarmente significativa del dibattito piemontese. Il 22 settembre sono state infatti depositate in Consiglio regionale circa 16 mila firme, il doppio di quelle necessarie, a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito” sul suicidio medicalmente assistito.
Al tavolo dei relatori due professionalità chiamate ad affrontare lo stesso problema da prospettive differenti e complementari: Alessandra Bertola, medico palliativista, specialista in ematologia e coordinatrice della Sezione interregionale Piemonte-Valle d’Aosta della Società Italiana di Cure Palliative, e Antonio Rinaudo, magistrato in pensione, già sostituto procuratore della Repubblica di Torino e oggi presidente del Comitato Etico Territoriale dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.
Ed è proprio dall’intreccio tra medicina e diritto che è emersa la complessità di una questione troppo spesso ridotta alla contrapposizione tra favorevoli e contrari.
L’intervento di Alessandra Bertola, dedicato a “Cure palliative e richiesta di suicidio medicalmente assistito: il punto di vista clinico”, ha riportato il dibattito alla dimensione concreta della persona malata. Quando guarire non è più possibile, infatti, la medicina non esaurisce il proprio compito. Rimangono il controllo del dolore e degli altri sintomi, il sostegno psicologico, l’accompagnamento del paziente e della famiglia, la salvaguardia della dignità e soprattutto la necessità di evitare qualsiasi forma di abbandono.
Non è un elemento secondario nemmeno nel quadro delineato dalla Corte costituzionale. La Consulta ha ribadito che la concreta disponibilità delle cure palliative costituisce una garanzia fondamentale all’interno del percorso che può condurre alla richiesta di suicidio medicalmente assistito, proprio per assicurare che la decisione della persona sia realmente libera e non conseguenza della solitudine, dell’abbandono terapeutico o dell’assenza di alternative assistenziali.
È qui che il fine vita smette di essere una disputa astratta: prima ancora della domanda su come morire, esiste quella su come essere curati, accompagnati e ascoltati fino alla fine.
Sul versante giuridico, Antonio Rinaudo ha ricostruito un percorso che in Italia continua a essere segnato soprattutto dalle pronunce della Corte costituzionale e dall’assenza di una disciplina organica nazionale. A partire dalla sentenza 242 del 2019, la Consulta ha individuato precise condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, capacità di assumere decisioni libere e consapevoli e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Le pronunce successive hanno confermato e precisato quel quadro, ribadendo contemporaneamente la necessità di bilanciare l’autodeterminazione della persona con la tutela della vita e dei soggetti più vulnerabili.
È proprio l’assenza di una legge nazionale a lasciare aperto il problema. «Non è solo ideologia politica – ha osservato Rinaudo – ma il peso di visioni etiche, religiose e anche paternalistiche. Il modo in cui ciascuno concepisce la vita». Secondo l’ex magistrato, il rischio è che il conflitto tra differenti concezioni etiche finisca per comprimere il principio di autodeterminazione della persona.
Rinaudo ha ricordato inoltre come già nel 2023 un gruppo di lavoro da lui presieduto avesse predisposto per la Regione Piemonte linee procedurali destinate alle aziende sanitarie, rimaste a lungo senza ufficializzazione. L’esigenza era quella di evitare che persone nelle condizioni previste dalla Consulta fossero costrette ad attendere per mesi una risposta delle istituzioni.
Nel febbraio 2026 la Regione Piemonte ha poi trasmesso alle aziende sanitarie una circolare esplicativa delle sentenze costituzionali, precisando tuttavia che non si tratta né di una nuova legge né di una regolamentazione autonoma, ma di un documento tecnico finalizzato a rendere applicabili in modo uniforme i principi già stabiliti dalla Consulta.
Ed è proprio qui che si apre uno dei nodi più delicati. Le Regioni possono organizzare servizi, procedure e percorsi sanitari, ma la Corte costituzionale ha chiarito che non possono sostituirsi al Parlamento nel definire autonomamente i presupposti sostanziali dell’accesso al suicidio assistito, materia nella quale entrano in gioco competenze statali e delicati bilanciamenti di diritti fondamentali. Anche le più recenti pronunce della Consulta hanno continuato a tracciare questo confine.
La questione, dunque, rimane aperta. E non è soltanto giuridica. Perché dietro ogni procedura esiste una persona. Dietro ogni domanda ci sono una malattia, una sofferenza, una famiglia, talvolta anni di dipendenza totale dagli altri. Per Rinaudo, quando una persona lucida e consapevole si trova nelle condizioni individuate dalla Corte e definisce intollerabile la propria sofferenza, lasciare che mesi di attesa burocratica si aggiungano alla malattia significa trasformare il tempo stesso in un’ulteriore forma di sofferenza.
Il confronto di Chivasso ha avuto quindi il merito di sottrarre il fine vita agli slogan. Cure palliative e autodeterminazione non sono necessariamente due principi contrapposti: rappresentano due esigenze che una società matura è chiamata a tenere insieme. Garantire fino all’ultimo ogni possibilità di cura, sollievo e accompagnamento, ma allo stesso tempo interrogarsi su quale spazio debba essere riconosciuto alla volontà libera e consapevole della persona.
A rendere ancora più attuale il confronto è stato il saluto in collegamento del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, che proprio in questi giorni ha ribadito la propria apertura al suicidio medicalmente assistito nei casi previsti dalla Consulta, sostenendo però che una materia di questa portata debba essere disciplinata dal Parlamento attraverso una normativa nazionale e non attraverso venti differenti legislazioni regionali.
A chiudere la serata è stato il dibattito con il pubblico, moderato dal giornalista Francesco Sermone, direttore responsabile di Canavesenews.it. Ed è forse proprio dalle domande emerse dalla sala che arriva il significato più profondo dell’incontro. Perché sul fine vita difficilmente esistono risposte facili. Esistono invece diritti da bilanciare, sofferenze da non ignorare e responsabilità che la politica non può rinviare all’infinito.
Quando la medicina non può più promettere la guarigione, resta infatti una domanda alla quale una comunità civile deve comunque saper rispondere: fino a dove arriva il dovere di proteggere la vita e da dove comincia il diritto della persona di decidere della propria?