Anche in Canavese il fenomeno dei “Neet”, i ragazzi delusi che non studiano e non lavorano

09/11/2016

E’ un fenomeno semi-sconosciuto o, per meglio dire, ancora sommerso: è quello dei giovani che non studiano e non lavorano. Di tanto in tanto quando in Tv si parla di welfare e disoccupazione si sostiene che in Italia è in crescita la percentuale dei ragazzi di ambo i sessi che hanno scelto, spesso inconsciamente, di far parte della schiera dei giovani in “ritiro sociale”. Un fenomeno che psicologi e operatori delle associazioni Onlus stanno studiando. Chi sono i Neet? Ragazzi e ragazze dell’età media di vent’anni che stanno tutto il giorni rinchiusi nella loro camera, con le luci soffuse, lo stereo acceso, le veneziane abbassate e gli occhi perennemente fissati sullo schermo del personal computer.

Si tratta, spiegano gli esperti di un’auto segregazione: una decisione pericolosa che provoca un’autoesclusione che porta all’isolamento sociale famigliare. Le motivazioni sono molteplici e tutte psicologiche: la paura di competere, la pressione della società alla quale il giovane reagisce con l’isolamento, la paura di non farcela, una grande insicurezza interiore. Il fenomeno è ben conosciuto in Giappone, dove i livelli di competizione sia a scuola che nei luoghi di lavoro, è divenuta ormai una consuetudine che crea non pochi problemi sociali. Le stime parlano di un range che va dai 400 mila ai due milioni di giovani coinvolti.

In Italia le cose non vanno certo meglio e neanche in Canavese: i più colpiti sono i maschi perchè devono fare i conti con un’eredità trasmessa che è fortemente condizionata dal ruolo sociale e dal successo in campo lavorativo. A volte è il mancato riconoscimento del primo contratto di lavoro a provocare un processo d’introspezione e di chiusura verso l’esterno.

A provocare questo preoccupante fenomeno è anche, stando ad un recente studio condotto sui cosiddetti “ritirati” dalla vita, il fallimento del rapporto con la scuola, il timore di non corrispondere alle aspettative dei genitori, la vergogna nutrita nei confronti dei compagni di classe e, come se non bastasse, la creazione di circuiti di socializzazione a distanza che spesso però comportano rischi non di poco conto come ad esempio il cyberbullismo, la violazione dell’indentità sui social e il tentato adescamento da parte degli adulti e di malintenzionati.

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