Operazione “Avatar”: sigilli a 29 società fantasma e 79 conti correnti. Indagate 31 persone

Settimo Torinese

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13/02/2019

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Il valore dei beni sequestrati ammonta a 250 milioni di euro. Chiusa anche l'hamburgheria Eataly di Settimo Torinese. La società di Farinetti si dichiara estranea alla vicenda

Sei imprenditori arrestati e trentuno persone indagate: è il bilancio dell’operazione “Avatar” effettuata dai carabinieri di Torino. Stando a quanto è emerso dalle indagini sia gli arrestati che gl’indagati, mediante intestazioni fittizie e società create ad arte, utilizzando anche identità false e inesistenti, percepivano fondi pubblici e privati attraverso truffe, frodi bancarie e illecite detrazioni fiscali per diversi milioni di euro.

L’inchiesta era partita lo scorso 28 gennaio, quando  i carabinieri del nucleo radiomobile di Torino avevano scoperto un “tesoro” di 1,3 milioni di euro in un deposito storage alla periferia di Torino: venti chilogrammi d’oro in lingotti e mazzette di banconote di vario taglio. In quel contesto era stato arrestato un imprenditore di Settimo Torinese con l’accusa di ricettazione.

Gli uomini dell’Arma hanno effettuato un sequestro da record: 29 società “fantasma”, 79 conti correnti, numerosi immobili, sei auto fuori serie e lingotti d’oro per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro. I carabinieri del comando provinciale di Torino hanno attuato un’ordinanza di sequestro preventivo di società e dei patrimoni collegati. Tra le 29 società sequestrate e alle quali sono state messe i sigilli, figura anche l’hamburgheria Eataly di Settimo Torinese.

La società che fa capo all’imprenditore Oscar Farinetti in una nota ha sottolineato la sua “completa estraneità alla vicenda” chiedendo l’immediata cessazione dell’utilizzo del marchio e qualsiasi tipo di legami di affiliazione previsti dal contratto stipulato con una società di franchising alla quale Eataly aveva concesso l’uso del marchio. Il titolare dell’esercizio commerciale era stato il primo degli imprenditori finito in manette perché era intestatario del contratto di affitto del deposito nel quale era custodito il “tesoro” di 1,3 milioni di euro.

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