L’italia non è un Paese per onesti. A Caselle il dramma umano degli imprenditori Masciari ed Esposito

Caselle

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18/02/2017

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Un foltissimo pubblico ha partecipato alla serata organizzata dall'associazione "Legalità Organizzata" che si è svolta venerdì 17 febbraio nella sala "Fratelli Cervi". Le testimonianze delle vittime di estorsioni e minacce, hanno aperto uno squarcio sull'attività della criminalità organizzata

Isolati, emarginati, uomini che hanno perso il lavoro per non sottostare ai ricatti della criminalità organizzata, anzi, spesso costretti a pagare i danni ai loro persecutori. Sono i testimoni di giustizia, in genere imprenditori, che hanno avuto il coraggio di denunciare criminali e malaffare e che pagano un prezzo troppo alto per aver rivendicato il diritto ad essere onesti. Di questo attuale e scottante tema si è ampiamente parlato, venerdì 17 febbraio, nella serata organizzata dall’associazione “Legalità Organizzata”, presieduta dall’avvocato Roberto Catani che si è svolta nel salone “Fratelli Cervi” in via Mazzini a Caselle.

“Questo non è un Paese per onesti. Storie di imprenditori e di criminalità”: un titolo che gli organizzatori non hanno scelto a caso. Oggi il fenomeno mafioso è radicalmente mutato rispetto alla visione bucolica di quello proposto dai film d’antologia. Niente più coppole e lupara in spalla. Adesso la Camorra in Campania, la Sacra Corona Unita in Puglia, Cosa Nostra in Sicilia e la ‘ndrangheta in Calabria, fanno affari con politici, imprenditori, impongono le loro regole sul territorio, hanno occupato il vuoto lasciato da uno Stato da sempre inadeguato e spesso, volutamente, assente.

PINO MASCIARI, UN IMPRENDITORE TESTIMONE DI GIUSTIZIA ESILIATO DALLA CALABRIA

Un concetto che Pino Masciari, uno dei primi “eccellenti” testimoni di giustizia, ha spiegato al pubblico che ha affollato la sala. Masciari, fin da giovane, dopo aver preso in mano l’azienda edile di famiglia a causa della prematura morte del padre, ha dovuto fare i conti con la ‘ndrangheta. Quando si è ribellato alle estorsioni e ha denunciato i boss delle ‘ndrine, la sua vita, quella della moglie e dei due figli è radicalmente cambiata. Dopo essere entrato a far parte di uno speciale programma di protezione, la famiglia Masciari ha dovuto abbandonare nottetempo la Calabria a bordo di un anonimo furgone diretto verso una località segreta, senza nemmeno avere il tempo di salutare anziani genitori e parenti.

Pino Masciari conduce la sua battaglia contro la corruzione ormai da trent’anni. Sempre sotto scorta e senza poter rientrare in Calabria, pena la decadenza della protezione delle forze dell’ordine. Un esiliato che, nella disgrazia, ha avuto la fortuna di incontrare l’associazione “Libera” e il suo fondatore, il sacerdote torinese don Luigi Ciotti. Da oltre vent’anni il testimone di giustizia non perde l’occasione per partecipare a incontri nelle scuole, nelle università e su invito della società civile, per sensibilizzare studenti e popolazione, sul dilagante fenomeno della corruzione e della criminalità organizzata.

MAURO ESPOSITO, L’ARCHITETTO CONDANNATO A RISARCIRE I SUOI ESTORSORI

Il Canavese da molti anni è una terra nella quale prima la mafia siciliana e poi quella calabrese hanno prosperato, inserendosi nel tessuto sociale, politico e imprenditoriale.

In questo estremo lembo del Piemonte, dove furono confinati negli anni Sessanta importanti boss mafiosi, la ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale più temuta al mondo, fa affari d’oro e investe i milionari proventi delle attività criminose nell’edilizia e nei subappalti delle infrastrutture. Alla serata ha preso parte anche un altro testimone di giustizia: Mauro Esposito, l’architetto di Caselle che rischia il fallimento per aver denunciato la ‘ndrangheta. Più volte Canavesenews.it ha narrato le sue disavventure. Mauro Esposito è il titolare della M.E. di Caselle, reo di non aver accettato, dopo aver eseguito la progettazione e assunto la direzione dei lavori di un cantiere edile che stava costruendo un quartiere residenziale alla periferia di Rivoli, di avvallare una variante (non necessaria) di due milioni di euro.

L’impresario, condannato in primo grado in seguito alla denuncia di Esposito, per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito del processo penale “San Michele”, in seguito al diniego del professionista ha iniziato con le minacce e le richieste di risarcimento danni. Dopo aver fatto condannare i suoi persecutori, adesso Mauro Esposito deve fare i conti con una sentenza originata da una causa civile intentata dalla società che stava realizzando il quartiere residenziale. Una sentenza che, dopo il processo penale, è divenuta immediatamente esecutiva. L’architetto rischia entro il prossimo 15 maggio, il pignoramento di tutti i beni, grazie all’applicazione di una legge emanata dal governo fascista che vietava alle associazioni di professionisti di lavorare per i privati.

IN ITALIA NON C’E’ POSTO PER GLI ONESTI

In Italia non c’è posto per gli onesti. Le vicende agghiaccianti narrate da Pino Masciari e Mauro Esposito, hanno scosso tutto l’uditorio che ha sottolineato con frequenti applausi, racconti che sembra impossibile possano accadere. Alla serata hanno partecipato anche i deputati del Pd Davide Mattiello, Francesca Bonomo e l’avvocato Valentina Sandroni. Si è parlato di legislazione, della presa di coscienza della popolazione, delle giovani generazioni; certo è che, nel 25mo anniversario delle stragi di Capaci e di via d’Amelio nelle quali persero la vita i servitori dello Stato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anniversario che coincide con l’inizio dell’inchiesta “Mani Pulite” che smantellò a colpi di sentenze la Prima Repubblica, la criminalità organizzata agisce senza colpo ferire. E chi si oppone ai disegni della mafia non rischia più morire a causa di un proiettile.

La mafia ti rovina economicamente, ti toglie la reputazione e ti distrugge gli affetti più cari. Ed è una morte lenta alla quale lo Stato che dovrebbe proteggere i cittadini onesti, assiste impotente. Ma sono la solidarietà e la presa di coscienza collettiva a fare in modo che, dove non arrivano le istituzioni, possano arrivare i cittadini. Non è giusto, ma è così.

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