Ivrea, pronti sette rinvii a giudizio per i componenti della famigerata “banda dei preziosi”

Ivrea

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16/12/2015

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Grazie ad alcuni broker ben introdotti in ambienti finanziari internazionali, i membri dell'organizzazione riuscivano ad ottenere crediti milionari

La banda canavesana godeva di ramificazioni internazionali che le consentivano di spostare importi di grande valore nei paradisi fiscali e, i sette componenti dell’organizzazione criminale, erano finiti nella rete tesa dagli investigatori che hanno chiuso le indagini. Adesso la procura di Ivrea è pronta a firmare altrettanti rinvii a giudizio che formalizzano le accuse di contrabbando internazionale, ricettazione e riciclaggio. All’origine di tutto la scoperta di alcune valigette ricolme di preziosi, custodite nei caveau di diverse banche elvetiche. E’ nel 2014 che iniziano le indagini: la Guardia di Finanza di Ivrea, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Drammis scopre che quelle pietre preziose, che gl’investigatori ritengono siano di provenienza illecita, servivano ai uomini dell’organizzazione come garanzia per ottenere dagli istituti  bancari crediti milionari impiegati in inesistenti operazioni immobiliari grazie all’aiuto di broker di indubbio talento e abili nel sapersi muovere negli ambienti finanziari.

Il denaro concesso dalle banche prendeva letteralmente il “volo” verso i paradisi fiscali delle isole Cayman e del Costa Rica. L’attività della banda dei preziosi salta fuori per caso: nel corso di un normale controllo fiscale effettuato a Mazzè nei confronti di un commerciante, poi deceduto, le Fiamme Gialle scoprono che nel 2011 aveva spedito in Svizzera una valigetta che conteneva preziosi per dieci milioni. Possibile che un commerciante in abbigliamento potesse disporre di tanto denaro si sono chiesti gl’inquirenti. Ai sospetti e ai dubbi sono seguiti approfonditi controlli e iniziano a seguire una sorta di filo di Arianna che porta a un indiano residente a Milano Sanjay Kamal Banerjee e ai broker implicati nell’affaire: Marco Chiesa, 44 anni, residente a Piacenza, Alessandro Petruzzi, 56 anni, residente a Città di Castello in prvincia di Perugia, Guido Tortone 43 anni di Fossano, Giuseppe Benedetto, 70 anni, esperto gemmologo di Torino.

A guidare l’organizzazione criminale erano due donne che sapevano molto bene quello che volevano e che facevano: Dionisia Balbo, 60 anni, di professione casalinga che abita a Castagneto Po nella collina chivassese e Caterina Noello, 63 anni, domiciliata a San Raffaele Cimena. Se non fosse stato per quell’anomalia riscontrata in quel casuale controllo della Finanza a Mazzè, la gang avrebbe continuato, indisturbata, la sua milionaria attività criminale.

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