Il Canavese stretto nella morsa della crisi e dell’incapacità di decisione della politica

Canavese

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06/07/2015

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In crescita il numero degli indigenti e delle aziende che sono costrette a chiudere i battenti. E la politica sta a guardare

Parlare di economia oggi è come giocare un terno al lotto, soprattutto in un territorio, come quello canavesano, che in trent’anni ha dovuto subire una crisi dietro l’altra. Una cosa è certa: se una ripresa è possibile questa è ancora lontana.

D’altro canto le cronache dei giornali riportano quasi tutti i giorni notizie drammatiche: aziende che chiudono, società che passano da una ristrutturazione all’altra e ogni volta annunciano esuberi, migliaia di senza lavoro soltanto in Canavese e molti di loro hanno superato i 50 anni d’età. Diseredati che non hanno prospettive: terminata la cassa integrazione e la conseguente messa in mobilità, sono ancora troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovare una nuova collocazione mentre i giovani devono fare i conti (quando trovano un’occupazione) con un precariato che con la flessibilità ha ben poco a che fare. La situazione non è certo delle più facili e le prospettive non sono certo rosee.

Visione negativa? No. Crudo realismo. L’economia è stagnante, su questo non sono dubbi. E se il Canavese soffre (un tempo era una delle zone industriali con la più alta concentrazione di aziende per lo più dedite allo stampaggio) il resto del Piemonte non ride. In tutta la regione, l’unico settore che dà qualche segno di vita è l’esportazione, soprattutto nella zona del Novarese che registra, rispetto alla scorso anno, un flebile saldo positivo. Quale sia la soluzione per uscire dalla profonda recessione in cui è piombato il Canavese, se esiste, è conosciuta soltanto da un ben ristretto numero di persone.

I fatti, d’altro canto, parlano chiaro: gl’imprenditori non investono, i mercati risentono dell’incapacità della politica di fornire risposte adeguate, i sindacati non sono più rappresentativi, il mercato immobiliare ristagna, il comparto edilizio si trova in profonda depressione, il jobs act rimane un decreto dai contorni ancora troppo nebulosi, i comuni sono in difficoltà e reperire fondi e far fronte al taglio della liquidità da parte dello Stato, sono costretti ad aumentano le tariffe dei servizi pubblici, le imposte locali e fanno conto sui proventi delle contravvenzioni per colmare i buchi di bilancio.

Come si può parlare di stabilizzazione e di ripresa in quadro così fosco e negativo in assenza di decisioni radicali che siano in grado di far ripartite l’occupazione e, di conseguenza, anche i consumi?

E’ ben lontana l’immagine di quel Canavese che, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, fu definito la “piccola Ruhr” italiana. Oggi un numero sempre più numeroso di persone è costretta a tirare la cinghia oltre il lecito. Lo sanno bene la Caritas diocesana, la Conferenza di San Vincenzo e le organizzazioni di volontariato che si occupano, con i pochi mezzi di cui possono disporre, di aiutare i tanti, troppi, indigenti.

La classe politica nazionale e locale deve rispondere, in questo contesto, di responsabilità oggettive. Una vera e profonda riforma del mercato del lavoro non la si fa a parole o con decreti superficiali che non affrontano il problema alla radice. Il leit-motiv è sempre il medesimo: le idee ci sono ma mancano i soldi. E di chi è la responsabilità?

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